Mondo – La deforestazione è “Made in Europe”?

03 luglio 2020 ― Aggiornamenti

Pubblicato dall’Università di Padova, il volume ‘Deforestation Made in Italy’, raccoglie i contributi del convegno svoltosi a dicembre nell’ateneo veneto. Quali prodotti derivano dalla deforestazione? Per il consumatore europeo è difficile andare oltre l’opacità di marchi ed etichettature di alimenti.

Forte è la responsabilità della PAC nel sostenere, attraverso gli aiuti alla zootecnia intensiva, le importazioni di materie prime mangimistiche ottenute da aree deforestate: la sostenibilità della zootecnia europea dipende in gran parte dalla capacità di produrre localmente la propria base foraggera, anziché dipendere da soia OGM impiantata su terreni liberati da foreste e vegetazioni naturali in altri continenti. Ma questo è possibile solo riducendo l’intensità di allevamento – di bovini, suini e pollame – in Paesi come Germania, Francia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi, nonchè in Italia del Nord.

La coltre forestale del pianeta è in arretramento: negli ultimi 25 anni il calo è stato pari a circa il 3% delle superfici boschive globali, secondo la FAO. Un allarme per la biodiversità e il clima, ma anche per 1,7 miliardi di persone la cui sopravvivenza dipende dalle risorse dell’ambiente forestale. Il cambio d’uso del suolo associato a perdita e degrado delle foreste forma una voce di passivo che vale circa il 15% delle emissioni globali, oltre al fatto che le foreste garantiscono assorbimenti di CO 2 per quasi un terzo di quella emessa. Se nel mondo industrializzato, ed ora anche in Cina e India, la deforestazione ha rallentato o perfino invertito il proprio segno, nel resto del mondo, e soprattutto nel continente sudamericano e nel Sud Est asiatico, il fenomeno mostra una preoccupante progressione. In passato la deforestazione veniva in gran parte attribuita ad abbattimenti illegali, eccesso di sfruttamento, costruzione di dighe e miniere, mentre oggi il ‘driver’ principale della perdita di foreste è sempre più chiaramente nella competizione sull’uso agricolo del suolo: introducendo la pubblicazione ‘Deforestation Made in Italy’ (titolo che riprende quello di un notevole documentario di Francesco De Agustinis www.deforestazionemadeinitaly.it), Davide Pettenella, uno dei curatori, individua nella trasformazione in terreni agricoli la causa dell’80% della perdita globale di foreste. Non solo per estrarne materie legnose dunque, ma per produrre carne, soia e mangimi, pellami, comfort food, biocombustibili e grassi alimentari: sono tante le piste che dalle foreste sventrate e trasformate in pascoli e monocolture arrivano ad allevamenti e industrie di trasformazione europee, e infine sulle nostre tavole.

L’Italia figura tra gli ‘importatori di deforestazione’, addirittura come primo acquirente, tra i Paesi UE, di carni ma anche di pellami dal Sudamerica, e vanta celebrità come la bresaola, la cui materia prima è carne di bovini pascolati su terreni liberati dalla vegetazione forestale, soprattutto in Brasile: i tagli di carne arrivano congelati negli stabilimenti di lavorazione e stagionatura in Valtellina, e da lì ripartono alla conquista del mondo sotto forma di fettine confezionate, con marchio IGP. Eppure sono pochi a sapere che un prodotto ‘tipico’, protetto da un marchio legalmente riconosciuto, di italiano ha solo il trattamento di affumicatura e confezionamento in vaschetta di plastica: è evidente che i sistemi di etichettatura in Europa non sono pensati per svolgere un servizio al consumatore ma per tutelare le industrie di trasformazione, le quali confondono i consumatori attraverso campagne di marketing che agganciano un’immagine molto locale ma nascondono non solo l’origine geografica degli ingredienti, ma anche l’insostenibilità di una produzione che incorpora milioni di ettari di deforestazione. Le importazioni UE di soli tre prodotti, soia, carne e olio di palma, secondo le elaborazioni sviluppate dagli autori del volume, si traducono in un volume di ‘deforestazione incorporata’ pari a una media di oltre 220.000 ettari l’anno nel decennio 2000-2010, con un ruolo decisamente prevalente per l’import di soia dal Sudamerica, insieme alle carni, sempre sudamericane, e all’olio di palma (impiegato sia a scopo alimentare che per biodiesel) importato dal Sud Est Asiatico. La soia si staglia come assoluto protagonista, nel rifornire l’industria dell’allevamento intensivo europeo, a spese degli ambienti naturali e delle foreste tropicali.

Si tratta dunque di una deforestazione che non viene solo tollerata nell’ambito dei trattati commerciali, ma addirittura attivamente incentivata attraverso la PAC, i cui sussidi sono fondamentali per tenere in piedi l’allevamento intensivo praticato nel nostro continente, con numeri di capi che non sarebbero sostenibili senza le massicce importazioni di questo legume. Questo pesante debito climatico del sistema agroalimentare europeo non emerge da alcuna contabilità ufficiale delle emissioni o degli impatti sulla biodiversità dell’agricoltura europea, e purtroppo è un tema rimasto sullo sfondo anche della strategia ‘Farm to fork’. Ma è anche su questo terreno che misureremo la sostenibilità e l’efficacia, in termini climatico-ambientali, dei cambiamenti indotti dalla riforma della PAC.